sabato, 19 gennaio 2008

Allarmi! Benni non è più lo stesso, le celebri risate tragicomiche dei suoi precedenti libri lasciano il posto ad un nuovo punto di vista. Il Lupo scrive diversamente ma tratta sempre i temi dell'alienazione, del tragico e dei vizi umani.

In questa nuova raccolta di racconti dimostra di potere cambiare stile e ritmo continuamente e senza sforzo. I personaggi sono le tipiche figure Benniane: l'uomo più solo del mondo, il cane boomerang, il ladro silenzioso. Forse non sempre perfetti, i racconti sono comunque capaci di attirare l'attenzione sui vizi e i pregiudizi umani, sono sempre capaci di far nascere il ragionamento, sempre più raro da trovare nei libri scritti da autori contemporanei.

Ci sono due o tre racconti che valgono tutto il libro: uno dà il nome alla raccolta La grammatica di Dio, ma in realtà il titolo vero è Frate zitto e gli altri sono relegati al fondo del libro. Frate zitto è il Benni che vorrei leggere in un libro e non in un racconto, è lo stile che più ho apprezzato e la liricità fusa nel ragionamento, nell'irreale, nel peso specifico delle parole. E' l'ordine giusto delle parole che fa di una frase qualcosa di indimenticabile.

Ora si aspetta un libro. Tre pagine per ogni racconto non bastano.

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sabato, 29 dicembre 2007

Massimo Carlotto non è solo lo scrittore di questa avventura, ma ne è lo sfortunato personaggio.

Nel 1976 una ragazza viene trovata uccisa a pugnalate da Massimo, durante una festa. Rivoltosi immediatamente ai carabinieri viene accusato dell'omicidio. Massimo è un militante di Lotta continua che nelle varie nazioni che visiterà durante la fuga, sarà facilmente scambiato come un brigatista.

Dopo i primi anni di carcere (poco meno di vent'enne) Carlotto sceglie la fuga, sceglie la vita del latitante casuale (come ama definirsi). Una latitanza costretta sopratutto dalla burocrazia italiana che procede a rilento per molti anni. La vicenda giudiziaria si conclude solamente nel 1995 dopo avere intercesso il presidente della Repubblica Scalfaro con la grazia.

E' la storia di una vita rubata, di un esilio più che di una latitanza. E' un libro che corre veloce grazie ad uno stile semplice, conciso. Dentro le pagine c'è l'aria degli anni '70, c'è la lotta e l'impegno politico tipico di quel periodo, in ogni paese, in ogni nazione che Massimo visiterà troverà sempre dei compagni impegnati politicamente con cui continuare a vivere. 

Massimo si ferma a lungo nell'inevitabile Parigi (patria di chi chiede asilo politico), si sposterà quando l'aria si farà più pesante in Messico, in Sardegna, in Cile.

La storia è una tragicomica avventura, l'equivocità espressiva che MAssimo ha nel giustificarsi durante gli interrogatori della polizia messicana, lo metterà a dura prova. Sopratutto lo getterà nella sofferenza delle torture, nelle paure che siano gli ultimi giorni.

Il "Caso Carlotto" è realmente accaduto e studiato nelle Università come caso limite e paradossale della giustizia italiana. Ma tutto il viaggio di MAssimo è una fotografia di posti lontani, è un insegnamento sui tanti modi di adattarsi alla vita. Pare di trovarvi la persecuzione ossessiva dei romanzi di kafka, ma è tutto reale.

Mi fermo quì, così non mi accuserete di scrivere articoli troppo lunghi che nessuno legge. Non è un romanzo che durerà più di sessant'anni, non diventerà mai un calssico immancabile in ogni libreria, ma corre veloce e ha molto da dire a noi che gli anni settanta li sentiamo solo raccontati. 

venerdì, 28 dicembre 2007

Vado verso il linciaggio lo so, ma questo spazio non è aperto unicamente per essere un blog, ma sopratutto per continuare il lavoro di annotazione delle impressioni che mi lasciano le cose che leggo ed è per questo che non sarò gentile con Kundera.

Fino ad ora sono stato sempre lontano dai libri di Kundera, non tanto per gusto quanto per mancata attrazione, ma arrivano quei giorni in cui tutti i libri accumulati sullo scaffale prima o poi decidono di chiamarti a voce più alta, ti volti verso di loro e li prendi senza sceglierli.

Mi ha chiamato nella mia libreria un libro verde "l'Identità" di Kundera, un piccolo libretto che regalai per Natale più di 5 anni a fa a mio fratello.

Per ogni libro si parte dal fondo, si comincia dalla copertina davanti per arrivare a leggere il consiglio o il riassunto sul retro. Citati mi scrive che è un capolavoro, un meraviglioso lavoro perfetto in ogni virgola, in ogni dialogo, in ogni personaggio.

Si sa, il retro di un libro è quasi sempre un commento lezioso, tant'è  che se dovessimo fidarci di ogni retro di copertina potremmo credere che non facciamo altro che leggere capolavori.

L'Identità non è stata una grande lettura. E' scivolata via in poco meno di due giorni. Probabilmente non è colpa dell'autore quanto mia, averlo tenuto così alungo incastrato in mezzo ad altri libri, avere rimandato la lettura per così tanti anni, ed avere ascoltato solo le recensioni che si hanno sull'Insostenibile leggerezza dell'essere, mi hanno sempre fatto pensare che anche l'Identità sarebbe stato un libro difficle  e quindi da rimandare alla maturtià di lettore.

Sono stato deluso da una scrittura piuttosto semplice (da non confondere con scorrevole), con poca attenzione per i particolari, per i luoghi per l'ambiente che ciroconda i personaggi. Spesso la mancanza di dettagli è uno stile ricercato per attirare l'attenzione specificatamente sulla scena, sulla storia. In questo caso la calssica storia lui, lei, l'altro non trascinava la mia attenzione nel libro, ma io insistivo nella lettura perchè più di tutto volevo scoprire Kundera come scrittore. Non ho trovato niente di appassionante, ma un'assurda banalità narrativa e un uso di metafore scontate e ripetute. Se mi dovessero chiedere le prime sensazioni del libro, direi che proprio le metafore e le similitudini più di tutto il resto, mi deludevano. Tutto è simile al profumo delle rose,  è come pelle di bambini o odora di vento. Inoltre se dovessi descrivere le immagini che mi ha lasciato la storia, metterei in evidenza l'ossessiva immagina di labbra che si baciano e perdono saliva (quest'immagne compare almeno tre voltre nel libro).

L'identità è la storia di un uomo e di una donna conviventi che si scoprono nelle loro diverse maschere e non si riconoscono, rischiano di perdersi tra di loro e in loro stessi. Sarà che il tema dell'identità che si scioglie in più persone per noi è un tema che Pirandello (ma non solo anche Ibsen) ha affrontato con serietà per tutta la vita (tant'è che ha ricevuto un Nobel) attraverso il teatro, le novelle per un anno e i romanzi, sarà che a confronto l'introspettiva dei personaggi Pirandelliani è superiore a quella che Kundera ha messo in scena per i suoi,  sarà che lo stile, le parole, la storia non erano ricercati come mi aspettavo, ma il libro che ho letto non mi è parso il capolavoro che consigliava Citati.

Io mi fermo qui, quasi senza avere detto niente, perchè so di parlare di uno Scrittore importante (quanto meno per la critica) che non conosco e non pretendo di riassumerlo con una sola opera letta. Per cui per evitare di dovermi poi contraddire con un nuovo post mi fermo qui in attesa di altre letture, anche se mi sento di dire che questo libro non vale il suo retro copertina.

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martedì, 18 dicembre 2007

La ricetta è ripartire dal grado zero.

Mi sono capitati tra le mani alcuni manoscritti di Pavese (per altro consultabili liberamente al centro studi Gozzano dell'Università di Torino). Alcuni quaderni sono riportazioni di vocaboli dal dizionario della lingua italiana. La ricerca di Pavese si muove verso la ricerca di termini italiani in uso nella lingua parlata, che possano avere delle correlazioni con il Piemontese (il suo dialetto).

Non è tanto l'aver visto la parola trasportata dal dizionario al foglio che mi ha sorpreso, anche perchè non è certo un'esclusiva di Pavese studiare il dizionario, quanto il disordine nel trascrivere le parole, la sottolineatura di talune, l'esclusione delle altre, il lavoro di fatica e di selezione.

Non è mai felice per Pavese l'atto dello scrivere e non è mai facile per qualsiasi scrittore fare intendere al lettore il lavoro complesso e colossole che c'è dietro la disposizione e la scelta della parola. Prima del 1960 non è  mai interessato a nessuno mettersi in mostra, svelare il progetto della costruzione letteraria. E' dal 1960 in poi che attraverso le avanguardie alcuni scrittori proveranno a mostrare a chi legge la complessità del <<far poesia>> (Giuliani), mettendo vicini registri linguistici completamente differenti tra loro con il solo copo di creare un cozzare di suoni stridenti tra i due registri.

Ma ritronando alle considerazioni principali dell'intervento, lo stupore della lettura dei manoscritti si è fermato tutto alla ricerca della parola nel dizionario. Come dicevo, non è una novità di Pavese: Leopardi aveva un suo dizionario personale che si componeva dei termini della tradizione letteraria classica (rari, ricercati e arditi) e di termini dell'italiano medio. D'Annunzio si fece rilegare il suo dizionario con una lamina d'acciaio per poterselo portare in trincea.

Il dizionario per uno scrittore è essenziale ed è per questo che dico all'inizio di questo intervento "la ricetta è ripartire da zero". La lingua in ALCUNI libri di oggi, mi pare una lingua acquisita e non ricercata, una lingua d'uso, talvolta distratta. In televisione, nei pullman o per strada si sentono sempre più spesso parole che vanno man mano perdendo il senso. Pochi giorni fa mi è capitato di sentire in un telegiornale: "Bufera di neve a Torino" per una nevicata normale o <<massacrato di botte>> per un tizio che era in grado di parlare e di muoversi liberamente e che a malapena riportava qualche graffio sulla guancia. La lingua (è vero) è pigra e si muove verso la semplificazione del dire; verso la parola breve (lo slang), la perdita delle coniguazioni e di certe forme verbali. Non voglio fare un intervento in difesa della lingua, ci si rassegna alla morte delle lingue, trovo che sia affascinante e che le renda più simili o meglio, più figlie dell'uomo. Ciò che mi interessa è la lingua scritta, quella dei telegiornali, quella di molti scrittori di oggi che non faticano più sotto il peso di dizionari che non colgono gli insegnamenti di chi ha scritto LA LETTERATURA ITALIANA.

Quando dico che chiunque volesse mettersi nel grugno il desiderio di scrivere per professione (che sia per letizia o per inganno dei sensi) dovrebbe sfogliare il dizionario, non intendo dire che dovrebbe creare libri che assomiglino a <<Il Piacere>> di D'Annuzio, in cui ogni due parole non se ne conosce una, non intendo dire che bisogna creare un'opera lontana dal lettore comune, incomprensibile alla massa, anzi, ciò che io vorrei sarebbe la ricerca di precisione. La parola precisa in grado di identificare con solo se stessa il senso di ciò che si vuole dire senza giri di vocaboli. Utilizzare ciò che (ci ritorno) Calvino definiva la parola laconica, leggera, che Pavese chiamava "la parola mito". Una parola insomma che è in grado di evocare qualcosa di più, che aiutandosi con il suono possa esprimere di più di un'intera frase.

Ciò che cerco nel dizionario è la conoscenza di ciò che si dice, il significato più vero anche delle parole più comuni dell'italiano:

insultare = saltare sopra

mitigare = rendere mite

mitridatizzare = allenarsi alla sopportazione del veleno (si ma perchè? dal re Mitridate che si avvelenevaa piccole dosi per abituarsi ai veleni, prorpio perchè aveva paura di essere ucciso in questo modo)

avito = antico che fa riferimento agli avi.

Insomma, la parola non va usata per sorprendere chi ascolta, per ammaliare (anche se inevitabile), ma per la precisione semantica che possiede e che va perdendosi. Questo è ciò che penso io, ma ogni  scrittore della nostra tradizione aveva il suo motivo per andarsi a cercare le parole. D'Annunzio ad esempio voleva creare un'opera estetica, Calvino cerca la semplicità, Leopardi la distinzione tra termini e parole, Pavese una parola che dal basso (dal dialetto piemontese) avesse una corrispondenza con l'italiano parlato.

Ognuno ha la sua idea di come vada usato il dizionario, ma è fuori dubbio che il lavoro non è vano. E' faticoso, un lavoro lungo e di pazienza che porta a scoprire un libro in continuo aggiornamento, un'opera maestosa che abbaimo sempre in bocca, un'opera immensa e misteriosa come la Bibbia, con la semplice differenza che al suo interno vi è anche la chiave per decifrare il senso di ciò che c'è scritto.

Il dizionario è una scoperta fantastica, un lavoro necessario, un libro essenziale che consiglio a tutti, da sfogliare con modestia e non con la presunzione di saper poi dire cose che non sono chiare a nessuno altro.

Io personalmente non amo cio che il mio dizionario mi consiglia  grossolanamante sul suo retro: 

<<fai diventare il tuo italiano potentissimo>>

 è chiaro che chi ha scritto questo messaggio voleva solo vendermi un oggetto.

venerdì, 07 dicembre 2007

Il Barone rampante di Italo Calvino è una storia che è stata capace di raggiungere l'equilibrio tanto cercato tra realtà e fantasia. La realtà è tutto il paesaggio che s'incontra nella lettura, è la città di Ombrosa, sulla riviera ligure, la Spagna degli esiliati, la Francia della Rivoluzione, la realtà è nella lingua che calvino ha scelto, nelles sue parole precise e laconiche. La realtà s'incontra nella sfide quotidiane, in quel prepotente desiderio, tipicamente umano, di resistere, di sopravvivere alle scelte nostre e altrui.

La fantasia è la storia in sè, sono i personaggi che s'incontrano tra gli alberi e sulla terra, appesi per il collo o nelle carrozze, tra i segni della terra lasciati dagli aratri sui dorsi dei cavalli o sorpresi nella loro intimità. Tanto più questi personaggi si fanno fantastici e tanto più appaiono reali.

Cosimo (il futuro Barone rampante) ha appena 12 anni nel 1767 quando per un banale litigio con il padre decide di salire su un albero e di non scedere mai più. Tutta la storia nasce dalla rabbia di un bambino, da un capriccio, dalla forza di un'idea. Cosimo dal suo albero trova il modo di passare sui rami di un altro e di un altro ancora. Scopre una strada che lo fa muovere sospeso a mezz'aria. E' una strada che lo può portare ovunque lui voglia perchè il bosco di Ombrosa concede strade arboree che portano dappertutto: al fiume, ai paesi vicini, alle piazze della città, ma sopratutto alla casa dei vicini del Barone, dove incontra per la prima volta Viola. E' una bambina viziata, presuntuosa, ma nasconde qualcosa di curioso, un'intelligenza e una furbizia originale. Cosimo sarà attratto per tutta la vita da questa figura e anche per lei passerà la vita sugli alberi. Lei in un gioco di fantasia gli propone un regno che Cosimo non potrà rifiutare: tutto ciò che è sugli alberi, tutto fin dove si può arrivare muovendosi tra i rami, sarà il regno del piccolo barone; Viola sarà un ospite sacro e inviolabile che in qualsiasi momento potrà accedere a questo regno di legno, ma se solo Cosimo metterà un piede sulla terra perderà tutto e sarà lo schiavo di Viola. E' così quasi per gioco che si prendono le decisioni di una vita intera, perchè Cosimo sugli alberi ci vivrà per sempre. Non si tratta mai di vita rubata, di vita persa, il barone non perde nessuna esperienza, conosce l'amore travolgente e necessario e quello sconvolgente dell'abbandono, incontra i pirati, i carbonari, i pendagli da forca, i contadini, i massoni, i francesi che innalzano alberi della libertà, la nobiltà iberica esiliata dalla Terra dal re di Spagna e dunque costretta a vivere sugli alberi, i monelli che rubano la frutta, la nobiltà, le gazze ladre, le pernici, gli apicoltori, e l'imperatore di Francia Napoleone, Diderot e Voltaire.

Il barone sugli alberi cresce e si adegua al suo mondo. Scoprirà i libri, la compagnia che dà la letteratura, gli ideali, scriverà trattati sulla civiltà, sulla repubblica ideale degli alberi: un mondo utopico in cui tutti potrebbero vivere sugli alberi, imparerà a cacciare, a lavarsi, a proteggersi dalle stagioni e dai banditi, ma non saprà mai difendersi dall'amore di Viola.

Tutto è giustificato: per gettare sul mondo un sguardo oggettivo, bisogna distaccarsene, allontanarsene acnhe solo di qualche metro. Guardarlo da un altro angolazione, restarne estranei ed allo stesso momento coinvolti.

LA LINGUA, LO SGUARDO DEL NARRATORE.

E' il fratello di Cosimo che racconta la vita del Barone rampante, sono due vite che invecchiano insieme: quella del fratello narratore (che solo in due occasioni parla di se stesso, ma solo per arrivare al Barone) che sembra non vivere, ma in realtà svolge la vita normale di ogni altro personaggio e quella del Barone rampante, una meravigliosa storia romatica sostenuta sui rami dall'amore, dagli ideali ed a volte anche dalla confusione di non sapere più a che mondo si appartiene. Anche Cosimo infatti, talvolta non capisce più perchè vive tra gli uccelli e le foglie. Ma questo non è un romanzo introspettivo. Calvino raramente cerca l'analisi dell'io ed anche per questo sceglie il fratello di Cosimo come narratore e quasi mai lascia la parola al protagonista. La parola in Calvino è una ricerca faticosa, è uno stile ricavato da ricerche lunghissime. Non c'è la parola casuale, quella spontanea della comunicazione, l'autore non cerca di ricalcare l'oralità quotidiana nei dialoghi. Non vuole il realismo discorsivo <<Tutti dicono che non bisogna lasciarsi andare al parlato. Non è la registrazione del blaterale degli altri ciò che mi interessa>> (I. Calvino). Cerca un vocabolo preciso, capace di sintetizzare, di esprimere ciò che cerca di dire. Uno scrittore "deve fare i conti con la lingua" prima di cominciare a scrivere. Caproni la definisce "la volontaria fatica che uno scrittore fa, alla ricerca di una aprola perenne, non fragile."

Calvino è uno scrittore che cerca <<la vocazioni di immagini nitide e memorabili>> ed un <<linguaggio più preciso possibile, meno approssimativo e casuale>>.

Nel Novecento la questione della lingua era affrontata da ogni scrittore; Italo Calvino parlava di un'epidemia che ha colpito la lingua di tutti i giorni e dei media. Cito <<il mio disagio è la perdita di forma che vedo nella vita, l'unica difesa è un'idea esatta della lingua>>.

A Calvino non piace il troppo idiomatico, gli eccessi di espressionalità, l'ovvietà degli aggettivi, e non ama molto nemmeno i veristi o l'uso di dialettismi perchè <<il vero romanzo vive nel tempo e non nella geografia>>. Ogni volta che nel testo vengono inserite delle parole esotiche o dialettali vengono distinte dal resto della narrazione da una carattere tipografico differente (normalmente il corsivo) o comunque dopo averle usate, ne spiega il significato (ma questo succederà sopratutto nei romanzi successivi a questo. Nel barone rampante Calvino tende ancora a lasciarle estranee). Anche l'eccessività nei dettagli, la descrizione lunga e la divagazione è ostentata da Calvino. Nel Novecento bisogna cercare un'economia linguistica, laddove bastano due aprole non è necessario scriverne tre. Sono gli anni in cui Caproni cercava una  poesia di una parola. Serve, secondo Calvino, la parola laconica - esatta in grado di descrivere con precisione  e oggettivamente.

Sempre Calvino scriveva <<In Italia le cose semplici non vengono mai dette>>, quest'epidemia ha colpito ad esempio la politica, i giornali, la burocrazia. E' l'antilingua, l'imprecisione, la ridondanza, è una lingua oscura e imprecisa. Il contrario di ciò che cerca Calvino.

Calvino ci lascia anche la risposta alla domanda più difficile dei nostri tempi: in un'epoca (la nostra) in cui si legge poco, si è poco critici, in cui la lingua è davvero impregnata dal quel virus che ha scatenato confusione nel linguaggio e dove la aprola scritta conta sempre meno, ha ancora senso scrivere?

Calvino ci lascia scritto <<Scrivo perchè scrivere non serve a nulla e mentre scrivo penso che serva a tutto. Scrivo perchè a 8 anni ho letto la Primula Rossa ed ho sempre tentato di imitarlo>>. Non dimentichiamoci infatti che abbiamo bisono di qualcuno da imitare, di un esmpio, una stella polare che creda ancora nelle parole.

postato da: Joino alle ore 23:19 | Permalink | commenti (3)
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