Il Barone rampante di Italo Calvino è una storia che è stata capace di raggiungere l'equilibrio tanto cercato tra realtà e fantasia. La realtà è tutto il paesaggio che s'incontra nella lettura, è la città di Ombrosa, sulla riviera ligure, la Spagna degli esiliati, la Francia della Rivoluzione, la realtà è nella lingua che calvino ha scelto, nelles sue parole precise e laconiche. La realtà s'incontra nella sfide quotidiane, in quel prepotente desiderio, tipicamente umano, di resistere, di sopravvivere alle scelte nostre e altrui.
La fantasia è la storia in sè, sono i personaggi che s'incontrano tra gli alberi e sulla terra, appesi per il collo o nelle carrozze, tra i segni della terra lasciati dagli aratri sui dorsi dei cavalli o sorpresi nella loro intimità. Tanto più questi personaggi si fanno fantastici e tanto più appaiono reali.
Cosimo (il futuro Barone rampante) ha appena 12 anni nel 1767 quando per un banale litigio con il padre decide di salire su un albero e di non scedere mai più. Tutta la storia nasce dalla rabbia di un bambino, da un capriccio, dalla forza di un'idea. Cosimo dal suo albero trova il modo di passare sui rami di un altro e di un altro ancora. Scopre una strada che lo fa muovere sospeso a mezz'aria. E' una strada che lo può portare ovunque lui voglia perchè il bosco di Ombrosa concede strade arboree che portano dappertutto: al fiume, ai paesi vicini, alle piazze della città, ma sopratutto alla casa dei vicini del Barone, dove incontra per la prima volta Viola. E' una bambina viziata, presuntuosa, ma nasconde qualcosa di curioso, un'intelligenza e una furbizia originale. Cosimo sarà attratto per tutta la vita da questa figura e anche per lei passerà la vita sugli alberi. Lei in un gioco di fantasia gli propone un regno che Cosimo non potrà rifiutare: tutto ciò che è sugli alberi, tutto fin dove si può arrivare muovendosi tra i rami, sarà il regno del piccolo barone; Viola sarà un ospite sacro e inviolabile che in qualsiasi momento potrà accedere a questo regno di legno, ma se solo Cosimo metterà un piede sulla terra perderà tutto e sarà lo schiavo di Viola. E' così quasi per gioco che si prendono le decisioni di una vita intera, perchè Cosimo sugli alberi ci vivrà per sempre. Non si tratta mai di vita rubata, di vita persa, il barone non perde nessuna esperienza, conosce l'amore travolgente e necessario e quello sconvolgente dell'abbandono, incontra i pirati, i carbonari, i pendagli da forca, i contadini, i massoni, i francesi che innalzano alberi della libertà, la nobiltà iberica esiliata dalla Terra dal re di Spagna e dunque costretta a vivere sugli alberi, i monelli che rubano la frutta, la nobiltà, le gazze ladre, le pernici, gli apicoltori, e l'imperatore di Francia Napoleone, Diderot e Voltaire.
Il barone sugli alberi cresce e si adegua al suo mondo. Scoprirà i libri, la compagnia che dà la letteratura, gli ideali, scriverà trattati sulla civiltà, sulla repubblica ideale degli alberi: un mondo utopico in cui tutti potrebbero vivere sugli alberi, imparerà a cacciare, a lavarsi, a proteggersi dalle stagioni e dai banditi, ma non saprà mai difendersi dall'amore di Viola.
Tutto è giustificato: per gettare sul mondo un sguardo oggettivo, bisogna distaccarsene, allontanarsene acnhe solo di qualche metro. Guardarlo da un altro angolazione, restarne estranei ed allo stesso momento coinvolti.
LA LINGUA, LO SGUARDO DEL NARRATORE.
E' il fratello di Cosimo che racconta la vita del Barone rampante, sono due vite che invecchiano insieme: quella del fratello narratore (che solo in due occasioni parla di se stesso, ma solo per arrivare al Barone) che sembra non vivere, ma in realtà svolge la vita normale di ogni altro personaggio e quella del Barone rampante, una meravigliosa storia romatica sostenuta sui rami dall'amore, dagli ideali ed a volte anche dalla confusione di non sapere più a che mondo si appartiene. Anche Cosimo infatti, talvolta non capisce più perchè vive tra gli uccelli e le foglie. Ma questo non è un romanzo introspettivo. Calvino raramente cerca l'analisi dell'io ed anche per questo sceglie il fratello di Cosimo come narratore e quasi mai lascia la parola al protagonista. La parola in Calvino è una ricerca faticosa, è uno stile ricavato da ricerche lunghissime. Non c'è la parola casuale, quella spontanea della comunicazione, l'autore non cerca di ricalcare l'oralità quotidiana nei dialoghi. Non vuole il realismo discorsivo <<Tutti dicono che non bisogna lasciarsi andare al parlato. Non è la registrazione del blaterale degli altri ciò che mi interessa>> (I. Calvino). Cerca un vocabolo preciso, capace di sintetizzare, di esprimere ciò che cerca di dire. Uno scrittore "deve fare i conti con la lingua" prima di cominciare a scrivere. Caproni la definisce "la volontaria fatica che uno scrittore fa, alla ricerca di una aprola perenne, non fragile."
Calvino è uno scrittore che cerca <<la vocazioni di immagini nitide e memorabili>> ed un <<linguaggio più preciso possibile, meno approssimativo e casuale>>.
Nel Novecento la questione della lingua era affrontata da ogni scrittore; Italo Calvino parlava di un'epidemia che ha colpito la lingua di tutti i giorni e dei media. Cito <<il mio disagio è la perdita di forma che vedo nella vita, l'unica difesa è un'idea esatta della lingua>>.
A Calvino non piace il troppo idiomatico, gli eccessi di espressionalità, l'ovvietà degli aggettivi, e non ama molto nemmeno i veristi o l'uso di dialettismi perchè <<il vero romanzo vive nel tempo e non nella geografia>>. Ogni volta che nel testo vengono inserite delle parole esotiche o dialettali vengono distinte dal resto della narrazione da una carattere tipografico differente (normalmente il corsivo) o comunque dopo averle usate, ne spiega il significato (ma questo succederà sopratutto nei romanzi successivi a questo. Nel barone rampante Calvino tende ancora a lasciarle estranee). Anche l'eccessività nei dettagli, la descrizione lunga e la divagazione è ostentata da Calvino. Nel Novecento bisogna cercare un'economia linguistica, laddove bastano due aprole non è necessario scriverne tre. Sono gli anni in cui Caproni cercava una poesia di una parola. Serve, secondo Calvino, la parola laconica - esatta in grado di descrivere con precisione e oggettivamente.
Sempre Calvino scriveva <<In Italia le cose semplici non vengono mai dette>>, quest'epidemia ha colpito ad esempio la politica, i giornali, la burocrazia. E' l'antilingua, l'imprecisione, la ridondanza, è una lingua oscura e imprecisa. Il contrario di ciò che cerca Calvino.
Calvino ci lascia anche la risposta alla domanda più difficile dei nostri tempi: in un'epoca (la nostra) in cui si legge poco, si è poco critici, in cui la lingua è davvero impregnata dal quel virus che ha scatenato confusione nel linguaggio e dove la aprola scritta conta sempre meno, ha ancora senso scrivere?
Calvino ci lascia scritto <<Scrivo perchè scrivere non serve a nulla e mentre scrivo penso che serva a tutto. Scrivo perchè a 8 anni ho letto la Primula Rossa ed ho sempre tentato di imitarlo>>. Non dimentichiamoci infatti che abbiamo bisono di qualcuno da imitare, di un esmpio, una stella polare che creda ancora nelle parole.